Waiting Room – Bianca Rita Cataldi

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Attesa. Quante volte questa parola torna nella nostra vita. Siamo tutti, sempre, in attesa di qualcosa o di qualcuno; siamo tutti, sempre, come in una sala d’attesa. Che poi in fondo le waiting room sono tutte uguali: bianco ovunque, un tavolino con delle riviste, sedie allineate le une alle altre, silenzio, vuoto, magari un vaso di piante mezzo rinsecchite e qualche bel quadro là su quelle pareti color attesa. Voi cosa fate di solito quando siete in attesa?

Emilia, la protagonista di Waiting Room (Butterfly Edizioni, 2013), si trova nella sala d’attesa di uno studio dentistico. Ha ottantasette anni, è una ex professoressa di lettere in pensione (“un po’ rimbambita, ma non del tutto”) e non si è mai sposata. Vive da sola e a farle da compagnia ci sono solo le vicine di casa Carmen e Giada (“le figlie che non avevo avuto mai”, super appassionate di Domenica In e di Tiziano Ferro) e Martina (la figlia di Carmen, la sua quasi-nipote). Ma ormai le vede sempre meno, Carmen e Giada sono oberate di impegni di lavoro e Martina ormai è cresciuta e “ha dimenticato il sapore della mia cioccolata calda” e si è innamorata; e così “resta solo l’odore pungente del basilico a riempire il pomeriggio della domenica”. Lì nel white di una waiting room come tutte le altre Emilia fa un tuffo nei ricordi della giovinezza, quando era innamorata, e la felicità aveva il sapore della speranza, e tutto sembrava possibile, anche se devi fare delle scelte e non sempre è facile.

Puglia, 1942. Emilia è una ragazza molto diversa da quelle “solite” del suo tempo; è all’ultimo anno di liceo, adora Flaubert, vuole studiare Lettere e diventare professoressa e non dipendere economicamente da nessun marito. Una domenica pomeriggio come tante conosce Angelo, il figlio della zia Maddalena (che poi in realtà non è esattamente una zia). Lui è un tipo alto, magro, dal naso dantesco, con una “faccia da mascalzone” e “con un fascino tutto suo”; la gioia di vivere gli brilla negli occhi e “il solo guardarlo mi faceva sentire bene”. Gli piace, si piacciono, e nonostante il “voi” imposto dal tempo diventano sempre più un “noi” che avvicina: così simili, così diversi (“Angelo era questo: improvvisazione. Niente di deciso. Niente di programmato. Il contrario di me.”), così adatti. Pochi incontri “ufficiali” bastano a scoprirsi sempre più, lei sogna di sfiorare “quelle labbra senza vergognarmene, e tutto il suo corpo senza arrossire mai, o forse solo un poco ma lui avrebbe capito e non avrebbe riso del mio rossore e forse forse forse forse saremmo stati amore.”. Sguardi, risate, corse, desiderio (“quanto verde c’era nel castano dei suoi occhi!”). Un bacio tra gli ulivi (“mi baciò, poco, le nostre labbra si sfiorarono appena, ed era il mio primo bacio. E in quell’attimo, mentre le sue labbra erano sulle mie, quante cose pensai!”) ma in fondo è tutta una sciocchezza (“Non fate sciocchezze, […] promettimelo!”), un inguacchio come direbbero i suoi; le rivoluzioni sono sempre un rischio, soprattutto a quei tempi quando le cose bisognava farle per bene e cioè sposarsi, fare dei figli, rammendare i calzini, preparare il cappone in brodo a Natale, consumarsi l’uno al fianco dell’altra sino a non avere più nulla da dire. Si ma… fuggiresti via con me?

Tutta la narrazione si svolge in prima persona, con Emilia che racconta le sensazioni del presente, i ricordi del passato, i timori del futuro. Lo stile è immediato e incisivo, giovanile ma profondo; un periodare breve, un’alternarsi di realismo e poesia, qua e là risuona della musica, non mancano tocchi d’ironia e umorismo che alleggeriscono la delicatezza dei temi (possibile che nel XXI secolo nessuno usi più fazzoletti di stoffa? E non parliamo di quell’eau d’autobus che “puzza di pesce, frittura e capelli sporchi”); o note di colore legate alla “baresità” dell’autrice e del romanzo: dal su citato “inguacchio” al “sto per sfrangiare una cambiale” fino all’immancabile Sanda’ Ncol va’ p mar.

L’autrice è molto abile nella ricostruzione introspettiva ed emotiva dei vari personaggi (Emilia in primis) e a saltare tra presente e passato. Emilia ci parla come ci parlerebbe una nonna, ci confida i suoi ricordi con una piccola lacrima e al tempo stesso con un tenero sorriso ed alla fine non resta che invito a non ridurre la nostra vita a un’eterna attesa. Ogni parola è ben incastonata nel discorso, a volte alcune frasi sono formate da una sola parola per farla come riecheggiare. Alcuni passi poi, specie quelli che parlano d’amore, sono pura poesia, emozione, canto: che vita sarebbe senza amore?

Ovviamente il motivo dominante del romanzo è quello dell’attesa, che si declina in molteplici modi e tempi. Da qui si sviluppano poi le tematiche dell’amore, della voglia di ribellione e di indipendenza che caratterizza la giovinezza in ogni tempo, del senso di solitudine che si avverte quando si è anziani. Del come è bello l’amore quando dai importanza a ogni particolare e non si riduce a un “io sono il marito e tu sei la moglie”, ma anche del come richiede coraggio; della felicità che fa rima con libertà ma che anche richiede la difficoltà di una scelta; della gioia che può darti la compagnia e dell’amarezza che emerge quando ti senti cercato solo perché hanno bisogno. Ma sempre essenzialmente emerge il motivo dell’attesa, siamo tutti sempre in modalità waiting. E allora… “scrivi, bambina mia, scrivi, ché la vita è troppo breve, ma se inventi storie l’allarghi, vivi tante vite nell’estensione di una sola”, colorate di romanzi quelle pareti bianche che sono solo attesa, non appesantitevi di se e di ma: “viviti, piuttosto, viviti tutta fino al fondo di te!”.

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per ulteriori informazioni sul libro e sull’autrice consulta il seguente link:

http://autoributterflyedizioni.wordpress.com/bianca-rita-cataldi/

per acquistare il romanzo consulta il seguente link:

http://www.ibs.it/code/9788897810209/cataldi-bianca-r-/waiting-room.html

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