La conta delle lentiggini – Flavia Ganzenua

La conta delle lentiggini - Flavia Ganzenua

Corpi che lottano, si cercano, si sfiorano. Odori, respiri, pelle. Sentimenti carichi di fisicità. Fame. Le storie che Flavia Ganzenua ci racconta in “La conta delle lentiggini” (Caratteri Mobili, 2013) vanno oltre ogni schema tradizionale. Sono una narrazione che si fa poesia, una narrazione nella quale sfumano i confini tra realtà e favola, dolore e piacere, presente e passato: “ci sono cose a cui non sai dire di no, e io le conosco tutte”…

I personaggi della raccolta vivono situazioni al limite, sono consumati dall’ossessione di trovarsi nel posto sbagliato come “cosa tra le cose”, dal bisogno “di uscire e camminare, veloce, velocissimo, in apnea”, dal desiderio di farsi “piccola, più piccola che puoi, di sgusciare via”. Sono sospesi tra “tante cose che non tornano”, in quel sentirsi “così brutta e così bella”, tra l’odio di essere toccati (“non poteva toccarmi, nessuno poteva farlo”) ed il desiderio di una fisicità che vuole tutto (“mi legò stretta.. mi aprì a forza le gambe… si chinò su di me, tutto fu risucchiato…”) e che unisce dolore e piacere (“faceva male, pulsava, era un morso, ma non mi bastava..”). Sono marchiati da una cicatrice indelebile, si ribellano per poi farsi prendere perché solo tra urla e strattoni c’è quell’unità che è protezione, cercano quella città proibita “dove i grandi non sono ammessi” e si può fare quello che pare “senza dover chiedere il permesso”.

E’ un continuo fuggire e lasciarsi prendere, salire e scendere, stringersi e lasciarsi, vestirsi e svestirsi, volersi e non volersi. Un continuo cercare di ricomporre foto anche se manca sempre un pezzo, rannicchiarsi stringendo le gambe contro il ventre, mangiarsi le unghie a sangue. In fondo cos’è l’amore se non un “digerirti e vomitarti infinite volte”?

Ritornano costantemente parole cariche di fisicità: mani (quelle mani “che sanno di me”, che “dicono la verità ancor prima delle parole e degli occhi”, “da usare a piacimento come fossero le proprie”…), corpo (corpi che s’incastrano gli uni negli altri e che vegliano gli uni negli altri, corpi come labirinti in cui perdersi e di cui cibarsi…), respiro (a volte a intermittenza, a volte voluttuosamente profondo), odore (odore di te, odore di me “sulle sue labbra”, odore “acre che trasuda dalle lenzuola”, odore sempre più forte che non andrà via…).

Poesia. Poesia di corpi che si cercano e si respingono. Poesia che ricerca quei dettagli che possono rivelare il tutto. Poesia che esplora l’impossibile, come impossibile è contare una ad una quelle centinaia di migliaia di lentiggini che sono lì come “chiodi sparsi a caso, in disordine”. A volte la direzione sbagliata è quella giusta, perché è l’unica possibile…

(a cura di Domenico Uccellini)

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